Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST

Ribelli in Sud America

L’Espresso – “Consideriamoci delle colonie oppure rivendichiamo la nostra indipendenza, sovranità e dignità. Siamo tutti Bolivia”. Così tuonava sui social networks il presidente ecuadoriano Rafael Correa. Poche ore prima i governi di mezza Europa Occidentale (Italia, Francia, Portogallo e Spagna) avevano impedito il sorvolo del Falcon presidenziale di Evo Morales, lungo la rotta Mosca-La Paz, sospettando che al suo interno si celasse Edward Snowden, la gola profonda della National Security Agency ricercata dagli USA. Uno scandalo che ha indignato l’intero Sud America, il “giardino di casa” di Washington, esasperando i sentimenti anti-imperialisti degli orfani di Hugo Chávez, ovvero i Presidenti riuniti nell’Alleanza Bolivariana per le Americhe, la comunità di cooperazione politico-economica voluta dal Comandante. “Chi decide in Europa? I governi locali o la CIA?” ha chiesto, rabbioso, Evo Morales ai paesi coinvolti nella chiusura dello spazio aereo, accusandoli di sottomissione agli Stati Uniti. Un affronto, quello subito dal presidente boliviano, a cui Venezuela, Nicaragua e la stessa Bolivia hanno risposto offrendo immediato asilo politico a Snowden, in aperta sfida al potente vicino. Ultimo epilogo di una politica estera dai tratti comuni, intrisa di populismo, che contrappone la figura dei leaders bolivariani alle ingerenze a stelle e strisce negli affari interni.

Ecco chi sono i leaders che dal “giardino di casa” si ribellano agli Stati Uniti.

Correa: Laureato in economia, con studi in Belgio e negli USA, Rafael Correa guida l’Ecuador dal 2006. Quello ereditato dal presidente era un paese oberato da un debito estero di 17 miliardi di dollari, pari al 61 per cento del PIL, risultato di perverse dinamiche neoliberali adottate dai governi locali con la complicità di Washington. Situazione aggravata dalla crisi finanziaria del 1999, che vide il collasso del sistema bancario e l’adozione del dollaro come moneta nazionale per fronteggiare l’emergenza. Una condizione di soggezione economica che ha fatto emergere in Correa una profonda avversione verso gli Stati Uniti, frutto delle sue teorie da economista, convinto sostenitore del capitalismo di stato di matrice chavista. “Dobbiamo lasciarci alle spalle la lunga notte neoliberale” sentenziava nel 2006, decretando la nazionalizzazione degli idrocarburi allo scopo di garantire al paese la piena sovranità economica; una misura seguita dalla decisione di non firmare il Trattato di Libero Commercio con gli USA. Al tempo stesso il presidente ha dichiarato illegittima una parte del debito estero contratto dall’Ecuador, circa 3 miliardi di dollari, rifiutandosi di pagarla. Correa, però, non si è limitato alla tutela della sola sfera economica, impostando le relazioni con Washington sul pieno rispetto del principio di reciprocità. “Rinnoviamo l’accordo ad una condizione: che ci permettano di installare una base militare a Miami” affermava, ironico, il presidente sul mancato rinnovo della concessione (scaduta nel novembre 2009) della base di Manta, sulla costa ecuadoriana, agli Stati Uniti. Durante il suo mandato Correa non ha tollerato alcun tipo di ingerenza esterna sul proprio operato; dichiaratamente cattolico, è stato, però, protagonista di feroci polemiche con la Conferenza Episcopale ecuadoriana, accusata di fare gli interessi del vecchio ancien regime neoliberale.

Morales: Terzo produttore mondiale di cocaina, la Bolivia, negli anni ’80 e ’90, è stata al centro della strategia di lotta alla droga promossa dagli USA in Sud America. Una politica di tolleranza zero alle coltivazioni di coca, imposta da Washington al governo boliviano, che convertì la regione cocalera del Chapare in un teatro di guerra: “Non vogliono eliminare la coca, ma i contadini stessi; parlare di coca zero è come parlare dell’Apocalisse per i popoli andini” affermava Evo Morales, all’epoca leader sindacalista dei coltivatori di coca. Gli scontri tra questi ultimi e l’esercito boliviano, incaricato di eradicare le piantagioni, erano all’ordine del giorno: un contesto di violenza che ha forgiato lo spirito anti-imperialista dell’attuale presidente boliviano. Salito per la prima volta al potere nel 2005, Morales ha fatto della difesa della coca una questione nazionale, facendo leva sul valore ancestrale delle foglie per la popolazione boliviana, composta al 62 per cento da indigeni. La lotta dei cocaleros è divenuta il simbolo della resistenza all’imperialismo nordamericano, perfetto volano per l’adozione di una politica estera improntata alla rottura, quasi, totale delle relazioni bilaterali con Washington. A farne le spese sono stati, per primi, l’ex ambasciatore Philip Goldberg e l’Agenzia Antidroga Statunitense (DEA), espulsi dalla Bolivia, nel 2008, perche accusati da Morales di cospirare contro il suo governo. Al pari del conflitto col Cile per riottenere uno sbocco sul mare, il sentimento anti-imperialista è stato sfruttato dal presidente boliviano per fortificare la propria immagine di baluardo della sovranità nazionale. Nei mesi scorsi Morales ha proseguito nel suo repulisti espellendo l’Agenzia Statunitense per la Cooperazione Internazionale (USAID); una decisione seguita dalla minaccia di chiudere definitivamente l’ambasciata USA a La Paz in seguito al caso Snowden.

Maduro: “Se Rajoy sorvola il Venezuela potremmo farlo scendere per controllare se nel suo aereo nasconde della droga o gli euro rubati al popolo spagnolo”. Parole di Nicolás Maduro. Lo scandalo dell’aereo presidenziale di Morales ha sancito il battesimo del fuoco per il neo-presidente venezuelano sullo scenario internazionale; la prima crisi che è chiamato a gestire in assenza del suo mentore Hugo Chávez. Un’opportunità inoltre, per distogliere l’attenzione mediatica dalle spinose questioni nazionali: sulla testa di Maduro pendono ancora, feroci, le accuse di brogli elettorali in occasione della vittoria dello scorso aprile, mentre l’inflazione è schizzata al 35,24 per cento e la carenza di prodotti base come latte e farina è ormai cronica. Ex autista della metro di Caracas e combattivo sindacalista all’interno della stessa impresa, Maduro è stato l’anima operaia della Rivoluzione Bolivariana, colui che ha saputo rapidamente scalare le gerarchie del partito di Hugo Chávez, il “Movimiento V Republica” (nel 2007 confluito nel Partido Socialista Venezuelano) convertendosi nel braccio destro del Comandante. Per oltre 6 anni ministro degli esteri del Venezuela, è stato impegnato nel tessere le fila della diplomazia chavista: dall’integrazione col resto del continente sudamericano alle relazioni intrecciate con l’Iran e la Libia di Gheddafi. Il Maduro presidente è un politico plasmato a propria immagine da Hugo Chávez: seppur diverso, in quanto a carisma, dal predecessore, i contenuti del suo piano di governo garantiscono piena continuità alla Rivoluzione con gli USA come nemico giurato.

Ortega: Un flusso di denaro da quasi 3 miliardi di dollari, pari all’8 per cento del PIL nazionale. Sono le cifre degli aiuti elargiti dal Venezuela al Nicaragua di Daniel Ortega da quando, nel 2007, l’ex rivoluzionario è tornato al potere. A capo del movimento sandinista che destituì la dittatura filo-statunitense dei Somoza, il presidente nicaraguense è stato il principale alleato di Hugo Chávez in Centro America. Un legame in primis fondato sulla dipendenza economica dal Venezuela. Il contrasto di Ortega con gli USA, negli ultimi anni, è apparso perlopiù una scelta obbligata, indotta dalla vicinanza con Chávez, piuttosto che il frutto di un’ideologia politica integralista. Gli ardori della Rivoluzione Sandinista sembrano sopiti in Daniel Ortega, più attento alla salvaguardia della poltrona che alla fedele applicazione dei precetti di Sandino. Anche l’offerta di asilo politico a Edward Snowden è giunta per certi versi a sorpresa: a differenza degli altri leaders bolivariani infatti, il presidente del Nicaragua è stato meno propenso allo scontro frontale con gli Stati Uniti, come dimostra la sottoscrizione del Trattato di Libero Commercio nel 2006. Inoltre, nel corso della passata legislatura, Ortega si è dichiarato apertamente contrario all’aborto, assecondando i voleri ecclesiastici; una decisione inaccettabile per i radicali sandinisti, profondamente laici, che hanno accusato il presidente di essersi svenduto alla Chiesa per garantirsi un appoggio decisivo per la rielezione nel 2011.

La reazione al trattamento ricevuto da Evo Morales nei cieli d’Europa pone un chiaro quesito all’interno dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe, ovvero chi sia il successore di Hugo Chávez sul piano internazionale. Un compito che il novizio Maduro non sembra in grado di assolvere per mancanza d’esperienza, mentre Morales e Ortega sono penalizzati dall’estrema debolezza delle rispettive economie. Rafael Correa, che nei sondaggi è dato come il presidente col più alto tasso di approvazione verso il proprio operato (85 per cento) del Sud America, appare l’uomo più adatto; nel suo caso però c’e da considerare che le riserve di petrolio dell’Ecuador, il principale strumento di potere e persuasione del Comandante, sono nettamente inferiori a quelle del Venezuela. Per ora la storia dice che di Hugo Chávez ne resta uno solo.