Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST

Più Stato e meno mercato nel Perù di Ollanta Humala

Il Riformista – Al secondo tentativo Ollanta Humala ce l’ha fatta. Sconfitto da Alan García nel 2006, l’ex capitano dell’esercito ha superato Keiko Fujimori nel ballottaggio di domenica scorsa, consacrandosi presidente del Perù. Un trionfo sofferto, con i sondaggi che evidenziavano l’equilibrio tra i due candidati. Alla fine Ollanta l’ha spuntata per soli cinquecentomila voti. Si tratta di un successo storico, che tinge di rosso, per la prima volta, un governo alla guida del Perù. I durissimi mesi di campagna elettorale avevano presentato la figura di Ollanta come ultimo baluardo contro l’autoritarismo fujimorista, vedendo in Keiko una riedizione del governo paterno. Lo scrittore Ma- rio Vargas Llosa è stato il principale fautore di questa visione, commentando il risultato finale con un laconico «la democrazia è in salvo». Dal voto è emerso comunque un dato chiaro: quello di un Paese spaccato politicamente in due, con una netta divisione tra le zone urbane e quelle rurali. A Lima si respira grande tensione: da queste par- ti la vittoria di Ollanta Humala ha assunto connotati catastrofici. Tra i fans di Keiko Fujimori in attesa dei primi exit pool, domenica sera, si aggirava lo spettro di Hugo Chávez. «Non vogliamo che il Perù diventi un nuovo Venezuela, per colpa di Ollanta perderemo ciò che abbiamo conquistato in questi anni» dice Carlos Martinez, un ingegnere meccanico. Tutt’intorno a lui, uno sventolio di bandiere e striscioni raffiguranti l’ex presidente Alberto Fujimori, a conferma della simbiosi politica con la figlia nel- l’immaginario collettivo. La maggioranza dei limeños gli è grata per il modello economico che ha consentito al Perù la vertiginosa crescita degli ultimi dieci anni. Un esempio perfetto di liberismo, con lo Stato relegato a un ruolo marginale e le imprese private, principalmente straniere, a contendersi le risorse minerarie, la vera ricchezza nazionale. I mercati statunitense e cinese rappresentano i partner principali, ma le aziende che stanno investendo provengono anche da molti altri Paesi, attratte dalle favorevoli condizioni economiche. Lo stesso modello, però, ha generato forti disuguaglianze, con le comunità indigene dell’interno a raccogliere le briciole dell’attività mineraria e costrette a subire la devastazione dei loro territori. Una situazione di forte disagio sociale, che si è convertita in un terreno fertile per la campagna di Ollanta Humala e il suo programma di governo. Nella piazza Dos de Mayo, al centro di Lima, i sostenitori dell’ex militare si sono dati appuntamento per festeggiare. «Fujimori è una corrotta, Humala si prenderà cura di noi» sentenzia Mario Quiroga, un ex minatore. Nell’elettorato popolare hanno fatto breccia i programmi di assistenza sociale come “Pension 65” e le mense comunitarie, ma sopratutto la promessa di nuovi aiuti all’agricoltura, la principale fonte di guadagno per gli abitanti dell’entroterra. Le prime ore da presidente del Perù – l’investitura ufficiale avverrà il 28 luglio – non sono state faci- li per l’ex militare: la borsa di Lima ha registrato una caduta del 12,45%, con le azioni minerarie a picco. Un chiaro segnale di timore verso Humala, con la Sociedad Nacional de Mineria, Petroleo e Industrias – che rappresenta tutte le imprese del settore presenti nel Paese – a chiedere garanzie sulla continuità del modello economico. Un’occasione che il neo presi- dente e il suo entourage, tra cui l’economista Kurt Burneo, hanno sfruttato per ribadire la linea politica adottata durante la campagna elettorale: «Oltre al- le affinità ideologiche, le relazioni internazionali si basano sull’interesse nazionale» ha detto Ollanta Humala, sancendo le distanze da quel modello chávista che tanto spaventa gli investitori. In sostanza la nuova politica economica punterà ad accrescere il ruolo dello Stato nel mercato, senza però procedere a espropriazioni o revisioni delle con- cessioni, e non solo in ambito minerario. Il primo problema che il governo dovrà affrontare sono gli enormi conflitti sociali che, parallelamente allo sviluppo economico, stanno affliggendo il Paese; più della metà, dicono i dati della Defensoría del Pueblo, sono legati all’industria mineraria. Le comunità indigene protestano per i danni all’ambiente, decisivo per la loro sopravvivenza. Al governo uscente di Alan García viene mossa l’accusa di non aver mai consultato gli indigeni in merito allo sfruttamento dei loro territori, di fatto violando un diritto riconosciuto dall’Onu. L’ultima protesta, con violenze diffuse, sta paralizzando il confine con la Bolivia. Il successo di Ollanta ha avuto inevitabili riflessi politici, sia in ambito locale che a livello internazionale. L’alleanza con Alejandro Toledo, primo presidente dell’era post Fujimori, è stata decisiva per racimolare i voti necessari alla vittoria; un risultato che sarà compensato con l’assegnazione di importanti cariche agli uomini dell’ex mandatario. Sul fronte internazionale, invece, il blocco socialista capeggiato dal Venezuela ha  festeggiato compatto il voto peruviano, col presidente della Bolivia, Evo Morales, a sottolineare come le sinistre sia- no dominanti in Sud America. Da parte sua Ollanta Humala ha ribadito di voler essere un buon «vicino» per tutti i suoi omologhi continentali, sottolineando, al tempo stesso, l’importanza della relazione con gli Usa: non solo come partner commerciale, ma anche nella lotta al narcotraffico. Il Perù, infatti, è diventato il primo produttore di cocaina al mondo, rimpiazzando la Colombia. 

Più Stato e meno mercato nel Perù di Ollanta Humala