Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST

Los Caprichos della ricca Catalogna

Eastwest – La disinvolta gestione politica del malcontento popolare ha creato una situazione che rischia di sfuggire al controllo e alle intenzioni degli sfidanti. ‘‘Vogliamo votare”. Così ripetevano a gran voce gli elettori accorsi agli oltre 2.300 seggi abili- tati dal governo catalano lo scorso 1 ottobre, giorno in cui si è celebrato il referendum sull’indipendenza della Catalogna. Uno slogan di sole due parole che ha certificato la peggiore crisi istituzionale della Spagna sin dai tempi della restaurazione democratica. La giornata del referendum harappresentato l’epilogo di un conflitto politico iniziato nel giugno 2010, in seguito alla sentenza del Tribunale costituzionale che annullò parte del nuovo Statuto di autonomia della Catalogna approvato nel 2006. Su ricorso presentato dal Partito po- polare di Mariano Rajoy, i giudici di Madrid bollarono come incostituzionali 14 articoli, tra cui il 6.1 che dichiarava il catalano come lingua “da preferirsi” nell’amministrazione pubblica, nei mezzi di comunicazione regionali ed in ambito scolastico. Venne sanzionato anche il preambolo dello Statuto che definiva la Catalogna “una nazione”.

La decisione del Tribunale scatenò un’ondata di proteste sfociate in una manifestazione che vide oltre un milione di persone per le strade di Barcellona, reclamando l’indipen- denza al grido di “siamo una nazione, siamo noi a decidere”. Si era risvegliato, apparentemente di colpo, un sentimento nazionalista in realtà mai sopito nel popolo catalano, in parte fondato sull’idea di una Spagna inquadrata come oppressore dopo la conquista della Catalogna nel 1714 e la repressione dell’identità nazionale durante gli anni del franchismo. Secondo gli ultimi sondaggi del Centro di Studi d’Opinione di Barcellona, circa il 45% della popolazione catalana si considera esclusivamente tale, rappresentando uno zoccolo duro che fonda la propria identità su una cultura, una storia e, soprattutto, una lingua concepiti come diversi dal resto della Spagna.

Nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, la Catalogna è stata però meta di forte immi- grazione proveniente dalle aree economicamente più depresse della Spagna, in primis le regioni dell’Andalusia e dell’Estremadura. Circa un milione di andalusi raggiunse le coste catalane, installandosi principalmente nella provincia di Barcellona e contribuendo a creare una struttura sociale che ha tuttora forti ripercussioni sul sentimento indipendentista. In molti, infatti, nati in Catalogna da famiglie non di origine catalana nel corso degli ultimi 40 anni, sen- tono ancora forte il legame con la madre patria spagnola, politicamente vicini ai partiti nazionalisti come popolari e socialisti, e hanno difficoltà ad identificarsi nella corrente separatista.

Il malcontento popolare scaturito dalla decisione del Tribunale costituzionale, fu recepito politicamente da Artur Mas, eletto presidente della Catalogna nel dicembre 2010, che mise al centro del proprio programma di governo la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione del popolo catalano. Il leader di Convergenza ed Unione, coalizione di dichiarata ideologia nazionalista sciolta poi nel 2015, avanzò in primis a Madrid la richiesta di una riforma fiscale, chiedendo che venisse adottato per la Catalogna lo stesso sistema in vigore nei Paesi Baschi e nella Navarra, regioni che godono di un proprio regime tributario.

Insieme alle problematiche di natura identitaria, l’aspetto economico costituisce uno dei capisaldi del movimento indipendentista, sostenitore della tesi “Madrid ci deruba”. La Ca- talogna è la locomotiva dell’economia spagnola, con un Prodotto interno lordo di 212 miliardi di euro, pari al 19% del Pil nazionale, ed esportazioni che raggiungono il 25% del totale nazionale. Barcellona so- stiene che un’eventuale indipen- denza garantirebbe alla regione un guadagno di 16 miliardi di euro, sotto forma di imposte da non dover più trasferire al governo centrale. Mentre nel corso degli anni si sono susseguite le manifestazioni in favore dell’indipendenza catalana nel giorno della DIADA, la festa nazionale della Catalogna, l’operato di Mas ha trovato una sorta di sbocco nella celebrazione di una consultazione sull’indipendenza catalana nel novembre 2014. Pur non avendo la consulta valore legale per l’interposizione del Tribunale costituzionale, circa due milioni di persone, pari all’80,76% dei votanti, si espressero a favore della secessione dalla Spagna.

Una svolta decisiva per l’indipendentismo è arrivata dal risultato delle elezioni regionali catalane del set- tembre 2015: per la prima volta in- fatti, il blocco indipendentista formato dalla colazione di Junts Pel Sì e dalla Candidatura d’Unità Popolare, partito espressione della sinistra radicale indipendentista, ha ottenuto la maggioranza dei seggi nel Parlamento catalano. Pochi mesi dopo è toccato al sindaco di Girona, Carles Puigdemont, raccogliere il testimone di Mas, facendone proprio il programma di governo. Politico dell’ultima ora, avendo a lungo lavorato come giornalista, Puigdemont si è immolato alla causa indipendentista riuscendo, di fatto, dove aveva fallito il suo predecessore: far celebrare un referendum sull’indipendenza dalla Spagna.

Ad inizio settembre il Parlamento catalano ha promulgato un’apposita legge sul referendum per garantire un fondamento giuridico alla consultazione popolare. La norma sostiene che i catalani possano decidere il proprio futuro sulla base del diritto all’autodeterminazione, riconosciuto dai Patti internazionali sui Diritti dell’uomo dell’Onu e da alcune sentenze del Tribunale internazionale di Giustizia. Viene stabilito che il referendum si celebri il 1 ottobre, senza prevedere il raggiungimento di nessun quorum minimo di voti per dare validità al risultato. Una seconda legge, denominata della Transitorietà giuridica, introduce invece un regime giuridico temporaneo da applicare nella fase di transizione verso una Catalogna indipendente, in caso di vittoria del “sì” alla secessione.

Il presidente Puigdemont ha in- centrato la campagna referendaria sulla possibilità di dare voce anche ai sostenitori del “no”, erigendosi a baluardo della democrazia contro la ferma opposizione di Madrid. I sondaggi precedenti al voto hanno rivelato che circa il 40% dei catalani chiedeva l’indipendenza; molto più alta invece, pari all’80%, la percentuale dei favorevoli al referendum, propensi soltanto ad esprimere il proprio parere sulla questione catalana in via definitiva. Negli ultimi anni il governo spagnolo si è sempre trincerato dietro l’illegalità del referendum, supportato dalle sentenze del Tribunale costituzionale che ne hanno sancito la contrarietà alla Costituzione.

Una posizione, quella di Mariano Rajoy, condivisa dall’Unione europea, che ha bollato la questione catalana come affare interno alla Spagna avvertendo, però, il governo che un’eventuale indipendenza avrebbe catapultato la Catalogna fuori dall’Europa. La regione si troverebbe fuori dal Mercato unico e anche gli 1,5 miliardi di euro dei fondi europei, assegnati per il periodo 2014-2020, sarebbero a rischio. Il referendum ha visto la vittoria del “sì” all’indipendenza con il 90,2% dei voti, numeri che sancirebbero l’indipendenza della Catalogna secondo quanto disposto dalla legge sul referendum. Il presidente Puigdemont ha riconosciuto la legittimità del risultato, sospendendo però la dichiarazione ufficiale d’indipendenza per alcune settimane per cercare di trovare una via di dialogo con Madrid.

Al margine delle conseguenze sul piano istituzionale, la prospettiva di una Catalogna indipendente ha allarmato il settore imprenditoriale e quello bancario. Nella settimana successiva al referendum, CaixaBank ed il Banco Sabadell hanno trasferito per primi la propria sede sociale fuori dalla regione, decisione che ha scatenato una sorta di effetto do- mino, spingendo almeno una dozzina di società, tra cui il gruppo tessile Dogi e l’azienda biofarmaceutica Oryzon, ad adottare la stessa misura a stretto giro. Una fuga, quella delle aziende, che potrebbe incidere pesantemente sulla competitività economica della Catalogna.

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