Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST

Conflitti sociali in Perù

Pagina99 – Un investimento da 5 miliardi di dollari. È la cifra prevista per la realizzazione del progetto “Conga”, la più grande miniera aurifera del Sud America con riserve stimate in 11,8 milioni di once d’oro. Il giacimento fa parte di un vasto complesso minerario situato nella regione andina di Cajamarca. Titolare della concessione è il consorzio Yanacocha, formato dalla multinazionale statunitense Newmont e la peruviana Buenaventura. Iniziati nel 2011, con l’obiettivo di garantire una produzione annuale di circa 600mila once d’oro nel giro di 3 anni, i lavori per la costruzione del “Conga” hanno scatenato la dura reazione delle comunità locali, preoccupate per le conseguenze dell’attività mineraria sull’economia della zona. Al centro della protesta il prosciugamento di 4 laghi di montagna, come previsto nell’esecuzione del progetto, che garantiscono un apporto idrico decisivo per l’agricoltura e l’allevamento. Nel luglio 2012 il malcontento degli abitanti di Cajamarca è sfociato in violenti scontri con la polizia, che hanno determinato la sospensione temporanea del progetto, convertendo il “Conga” nell’icona dei conflitti sociali legati allo sfruttamento delle risorse naturali: l’altra faccia della medaglia del boom economico peruviano.  

Stando ai dati dell’Istituto geologico nazionale di Lima, il 20,23% del territorio peruviano, circa 26 milioni di ettari, risulta in concessione alle imprese minerarie. Nel 2013 sono stati investiti 9,7 miliardi di dollari nel settore estrattivo, con la Cina al primo posto tra gli investitori stranieri. L’industria mineraria, totalmente in mano a privati, copre il 55% delle esportazioni del Perù, generando un volume d’affari pari al 15% del prodotto interno lordo. Quello peruviano è un mercato attrattivo per le società straniere, grazie ad una serie di misure economiche ad hoc che ne favoriscono gli interessi. Ad esempio, nel caso di investimenti nel settore minerario superiori ai 10 milioni di dollari, lo Stato offre alle imprese la possibilità di sottoscrivere un accordo con cui si obbliga a non modificare, per un periodo di 10 anni, il regime tributario vigente. Le riforme sono state introdotte dalla nuova Costituzione del 1993, che sancisce l’apertura ad un’economia neoliberista, con lo scopo di attrarre in Perù il maggior numero di investimenti esteri. Ai benefici di natura tributaria si aggiungono il decreto legge N.662, che equipara giuridicamente le imprese straniere a quelle nazionali, ed il pacchetto di norme che garantiscono la piena flessibilità del mercato del lavoro.

Uno studio dell’Ong CooperAcción ha rivelato che sono 211 i conflitti sociali attualmente in corso in Perù, più della metà attivi nella parte meridionale del paese, dove si concentra il 53% dell’industria mineraria. La regione di Apurímac figura al primo posto in termini di conflittualità sociale, con 24 conflitti ufficialmente riportati. Negli ultimi anni casi come “Tintaya” e “Tía María”, miniere di rame gestite, rispettivamente, dalle imprese Glencore e Southern Perù, sono saliti agli onori delle cronache per la ferma opposizione delle popolazioni rurali alla contaminazione delle falde acquifere e del sottosuolo. Secondo Josè de Echave, ex viceministro dell’ambiente, la principale causa dei conflitti sociali è la natura stessa delle concessioni minerarie, che non riconoscono poteri decisionali alle comunità locali: “L’intero territorio peruviano è suddiviso in lotti; per iniziare le operazioni di scavo è sufficiente che il lotto sia libero e che la società interessata paghi il canone previsto per ottenere la licenza. Lo Stato è il proprietario del sottosuolo e non avverte preventivamente la popolazione di aver dato il territorio in concessione. Gli abitanti se ne rendono conto soltanto all’arrivo degli operai”. Il governo peruviano ha tentato di porre un freno all’esplosione di conflitti sociali convertendo in legge la “Consulta Previa”, un meccanismo previsto dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che stabilisce il diritto dei popoli indigeni di esprimersi in merito allo sfruttamento del proprio territorio. Ideata con lo scopo di favorire un dialogo tra le parti, la Consulta non ha un’efficacia vincolante: in caso di veto espresso dalla popolazione locale, spetta allo Stato l’ultima parola riguardo all’esecuzione di un progetto minerario.

“L’acqua è più importante dell’oro”. Così tuonava Ollanta Humala durante la campagna elettorale del 2011, garantendosi l’appoggio delle comunità rurali alla propria candidatura. A 3 anni dal trionfo elettorale lo scenario è cambiato, col presidente peruviano pronto ad assecondare i desideri della classe imprenditoriale per salvare la poltrona. La recente caduta del prezzo dell’oro e del rame ha determinato un calo nelle esportazioni, spingendo il governo a sopprimere alcuni procedimenti di ostacolo all’espansione dell’industria estrattiva per tranquillizzare la lobby delle imprese minerarie. Nello specifico al Ministero dell’Ambiente è stata revocata la facoltà di istituire aree naturali protette, così come di fissare nuovi standard di qualità ambientale. Una misura che ha provocato l’immediata sospensione della procedura per dichiarare zona protetta la fascia costiera di Tumbes, area ricca di idrocarburi. Le associazioni ambientaliste sono insorte, accusando Humala di svendere le ricchezze naturali del paese e chiedendo al governo di fare marcia indietro in vista della Conferenza mondiale sul clima che il Perù ospiterà a fine anno.

Madre de Díos: La regione amazzonica di Madre de Díos, al confine col Brasile, si è convertita nel teatro di un’esasperata caccia all’oro. Ogni giorno circa 70mila minatori setacciano le acque dei fiumi con rudimentali draghe e pompe idrauliche, animati dal prezzo del metallo sui mercati internazionali: circa 30 euro al grammo. La maggior parte proviene dalle disagiate zone dell’entroterra come Cuzco o Puno. “Non hanno permessi di lavoro e non pagano alcuna imposta, lavorano in un regime di totale illegalità. Non possiamo permettere che continuino ad operare alla luce del sole” afferma il Ministro dell’Interno, Daniel Urresti. Negli ultimi tempi la polizia peruviana ha adottato una politica di tolleranza zero nei confronti dei minatori, intensificando le incursioni a Madre de Díos con l’obiettivo di distruggerne le attrezzature di lavoro. L’impatto ambientale dell’attività mineraria è devastante: sono andati persi 40 mila ettari di foresta, a cui si aggiunge l’avvelenamento dell’aria e delle acque a causa del mercurio utilizzato per estrarre la polvere d’oro. Mega 12 e Mega 13 sono alcune delle sigle utilizzate per identificare i villaggi sorti ai margini fiumi; si tratta di vere e proprie località fantasma, di cui non vi è traccia sulle mappe ufficiali, provviste di bar, ristoranti e negozi dove reperire beni di prima necessità. Un’indagine della Defensoria del Pueblo ha portato alla luce numerosi casi di prostituzione e tratta di minori all’interno degli agglomerati costruiti dai minatori.