Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST

Bolivia-Indignados

Il Riformista – La palma di indignados dell’anno spetta senza dubbio agli indios del TIPNIS. Dopo una marcia durata due mesi, risalendo le Ande dalle natie pianure orientali, i 2000 giunti a La Paz, tra uomini, donne e bambini, hanno visto accolta la loro richiesta dal Presidente Morales. Il parco naturale Isidoro Sécure (TIPNIS) è il più grande della Bolivia ed è abitato da 3 tribù indigene originarie (moxeños, yurakarés e chimanes): il governo boliviano aveva firmato un accordo con l’impresa brasiliana OAS per la costruzione di un’autostrada che, attraversando il parco, avrebbe collegato l’oriente del paese con la località di San Ignacio de Moxos al confine col Brasile. L’esecutivo di Morales aveva sottoscritto il contratto in barba alla nuova Costituzione (approvata dallo stesso nel 2009) che riconosce agli indios il diritto ad essere preventivamente consultati in merito allo sfruttamento dei propri territori: la marcia su La Paz ha avuto lo scopo di far stracciare l’accordo col potente vicino. Secondo Fernando Vargas, leader del TIPNIS, il vero scopo del progetto era quello di favorire l’espansione delle piantagioni di coca e, implicitamente, il narcotraffico. Si ripropone, quindi, il profondo legame di Morales con i cocaleros (di cui è stato sindacalista fino al 2005) insostituibile bacino elettorale per Evo; il narcotraffico, invece, rappresenta da tempo la spina nel fianco del governo in carica a livello internazionale. L’arresto di René Sanabria per traffico di droga nel febbraio scorso, capo dell’antidroga boliviana fino al 2009, si aggiunge alle crescenti notizie che vogliono cartelli colombiani e messicani operativi in Bolivia. La migrazione degli indios verso la sede di governo ha avuto il suo momento clou a Yacumo, dove la polizia ha tentato di frenarne con la violenza l’avanzata: il saldo finale di 120 feriti ha avuto un effetto boomerang per Morales. Due dei suoi ministri più fidati, Cecilia Chacon e Sacha Llorenti, si sono dimessi in disaccordo con la repressione attuata, contraria, a detta loro, alla politica indigenista da sempre sostenuta dal Presidente. L’intero paese, inoltre, ha preso coscienza della questione-TIPNIS, facendone una causa nazionale. L’arrivo a La Paz della colorata e denutrita spedizione ha visto migliaia di residenti scortarne, con evidente commozione, la discesa dalla cima delle Ande fino al palazzo di governo nel cuore della città. Ronald Carrasco è un professore dell’università UMSA “Il TIPNIS è il polmone della Bolivia e bisogna proteggerlo; Evo Morales sta governando a favore delle imprese transnazionali, tradendo i propri fratelli che lo hanno messo al potere”. Il governo ha gestito la situazione con evidente difficoltà, dovendo alla fine capitolare: Morales ha detto che l’ordine di reprimere la marcia non è mai partito da lui, con il vice-comandante della polizia Boris Villegas, a capo dei reparti a Yacumo, sospeso e sacrificato sull’altare dei colpevoli. L’Evo nazionale ha accusato l’opposizione (le regioni autonomiste orientali) e l’agenzia governativa USAID di finanziare il movimento indigeno per destabilizzare il proprio governo, ma, a 48 ore dall’arrivo degli indios a La Paz, ha dovuto dichiarare definitivamente sospeso il progetto-TIPNIS per l’enorme pressione esercitata a livello nazionale. Sullo sfondo, comunque, l’ex leader dei cocaleros si trova a dover affrontare la peggiore crisi politica del suo mandato: domenica scorsa le elezioni giudiziarie sono state un ulteriore segnale del crescente malcontento popolare. Per la prima volta nella storia della Bolivia i cittadini hanno eletto i giudici dei principali organi giudiziari del paese (Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura etc…) con i 120 candidati per 56 posti preventivamente selezionati dal Congresso, dove il MAS di Morales ha la maggioranza dei seggi. Il 60% dei voti in bianco o nulli con cui si è conclusa la votazione, considerando l’implicita filiazione politica dei candidati, rappresenta un chiaro avvertimento per il governo. Juan del Granado, sindaco di La Paz e acerrimo nemico di Evo, ha affermato “ La gran maggioranza di questo paese si è pronunciata contro una gestione caratterizzata dall’autoritarismo, l’inefficienza, l’improvvisazione e la corruzione”. Rieletto nel 2009 col 64% delle preferenze, Morales ha perso nel giro di un anno la metà della percentuale a lui favorevole: il TIPNIS e le elezioni giudiziarie sono state precedute dal “gasolinazo” dello scorso Gennaio, quando l’esecutivo decise di tagliare i sussidi statali per l’acquisto del petrolio (la Bolivia importa il carburante pagandolo 100 dollari a barile e lo rivende a 27 dollari sul mercato nazionale) generando una spirale inflazionistica che lo costrinse ad una repentina marcia indietro per le violente proteste scoppiate. L’accusa che i movimenti sociali vicini a Morales, in primis la potente Central Obrera Boliviana, gli muovono è di aver messo in atto una serie di misure economiche neoliberali speculari a quelle dei precedenti governi. Passata l’ondata mediatica della sua elezione, il Presidente deve adesso fare i conti con i compromessi che un’economia disastrata come quella boliviana gli impone: la nazionalizzazione degli idrocarburi (messa in atto appena eletto nel 2005) gli valse un plauso del Fondo Monetario Internazionale per i benefici economici ottenuti. Alla lunga, però, per un paese non ricco come l’alleato Venezuela in quanto a risorse naturali, la strada dell’economia nazionalista tout court può risultare difficile: ecco spiegato il perche delle “aperture” neoliberiste come il TIPNIS o la soppressione dei sussidi statali. Nel frattempo gli indios celebrano la loro vittoria: uno scontro frontale con questi ultimi avrebbe significato, con molta probabilità, la definitiva capitolazione dell’era Morales.