Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST AND RESEARCHER

Per esempio l’Argentina

L’Espresso –  La gestione delle risorse energetiche si sta rivelando la nuova frontiera del capitalismo di Stato. E il Sudamerica ne è una peculiare palestra politica, ma anche culturale. Nel continente, tra i Paesi che amministrano in proprio le ricchezze nazionali, mancava fino a oggi l’Argentina, un’assenza a cui Cristina Kirchner ha posto prontamente rimedio. La “Presidenta” ha espropriato il pacchetto azionario, pari al 51 per cento, detenuto dalla spagnola Repsol all’interno della compagnia petrolifera nazionale YPF. Buenos Aires ha motivato la misura adottata con la politica energetica di Repsol, fatta di mancati investimenti che avrebbero compromesso la competitività di YPF (la produzione di greggio è scesa da 920 mila a 760 mila barili al giorno negli ultimi 13 anni) obbligando il governo a importare idrocarburi. Gli spagnoli hanno chiesto un risarcimento di 8 miliardi di euro. In un momento storico di rinnovata tensione per la questione delle Falklands (le isole contese alla Gran Bretagna) il sostegno popolare e dell’intera classe politica alla nazionalizzazione di YPF, dimostra che la manovra della Kirchner oltrepassa lo stretto significato economico: è una mossa a tutela dell’identità nazionale di fronte ai “conquistadores” del nuovo millennio, quelli in giacca e cravatta e con la 24 ore al seguito, istruiti e giocatori in Borsa. Non si tratta quindi solo di questioni di denaro. Il controllo in proprio delle risorse energetiche, ossia un massiccio ingresso dello Stato nell’universo capitalista è lo strumento scelto dai nuovi protagonisti della politica sudamericana, che si ispirano al venezuelano Hugo Chávez. Dal Brasile, dove Petrobras punta ad attestarsi tra le prime compagnie petrolifere al mondo, passando per le nazionalizzazioni decretate a Caracas e La Paz, i governi latinoamericani vogliono giocarsi le proprie carte al tavolo dei Paesi produttori d’idrocarburi. Ed è una piccola grande rivoluzione nel capitalismo.