Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST AND RESEARCHER

Catalogna, tutto da rifare

Eastwest – Il conflitto catalano, che dallo scorso 1 ottobre, giorno in cui si è celebrato il Referendum indipendentista, occupa un ruolo di primo piano nell’agenda politica spagnola, si è ormai convertito in materia per palati di fini giuristi sull’asse Madrid-Barcellona.

Una questione che ha ampiamente valicato i confini della mera dialettica politica, come dimostra l’arresto di buona parte dell’ex Governo regionale capitanato da Carles Puigdemont, lasciando piuttosto il campo all’applicazione di regolamenti e inediti precetti costituzionali quali l’articolo 155, a cui non si era mai fatto ricorso nella recente storia democratica della Spagna, che mettono in discussione l’efficacia del modello territoriale spagnolo fuoriuscito dalla Costituzione del 1978.

Il risultato del Referendum, che aveva visto la vittoria del Sì all’indipendenza col 90,18% delle preferenze, pari ad oltre due milioni di voti, ha spinto l’esecutivo catalano a dare seguito ai piani indipendentisti facendo leva sulle leggi “Della transitorietà giuridica” e “Del Referendum”, approvate dal Parlamento regionale, a maggioranza separatista, nelle settimane precedenti la votazione.

La nuova normativa stabiliva che l’eventuale proclamazione d’indipendenza della Catalogna dovesse prescindere dal raggiungimento di un quorum minimo di votanti, dipendendo esclusivamente dall’esito finale della consultazione popolare. Nonostante la partecipazione fosse stata soltanto del 43% sul totale degli aventi diritto, complice l’intervento della polizia spagnola presso numerosi collegi elettorali al fine di impedire lo svolgimento delle operazioni di voto, l’ex Presidente catalano Puigdemont annunciava solennemente lo scorso 10 ottobre che “La Catalogna si è conquistata il diritto ad essere uno Stato indipendente” lanciando definitivamente il guanto di sfida a Madrid e trascinando la regione in una spirale di caos e incertezza.

Le tensioni politiche autunnali si sono immediatamente riversate nelle strade della Catalogna, ripetutamente occupate da manifestazioni a sostegno dell’indipendenza promosse dalle principali associazioni separatiste catalane, l’Assemblea nazionale catalana (ANC) e da Ómnium Cultu- ral, e da altre di tenore opposto, a tinte unioniste. Un’alternanza cromatica, quella tra bandiere indipendentiste e spagnole, col corredo di drappi inneggianti all’una o all’altra causa appesi sui balconi di Barcellona ed altre città, che ha testimoniato la profonda frattura della società catalana.

Una divisione frutto della storia recente della Catalogna, meta di immigrazione dall’Andalusia e da altre zone economicamente depresse della Spagna durante il franchismo, che ne ha profondamente mutato il tessuto sociale. Le aree interne della regione, meno interessate dal fenomeno migratorio, si sono convertite in bastioni dell’indipendentismo contemporaneo, mentre Barcellona e la sua provincia hanno sperimentato, nel corso degli ultimi decenni, l’emersione di generazioni di catalani provenienti da famiglie forestiere, poco inclini ad abbandonare la causa nazionalista. Un sondaggio del Centro di Studi d’opinione del Governo catalano, realizzato negli ultimi mesi del 2017, ha evidenziato come il 48,7% della popolazione fosse favorevole all’indipendenza dalla Spagna, a testimonianza di una società divisa a metà sulla questione.

La dichiarazione unilaterale d’indipendenza, inizialmente sospesa dal Governo catalano per cercare un accordo con le autorità centrali in con- formità col risultato del Referendum, è stata poi ufficialmente adottata dal Parlamento della Catalogna alla fine di ottobre, mediante una votazione successivamente invalidata dal Tribunale costituzionale spagnolo.

La risposta del Governo centrale è stata immediata, avallata dalle istituzioni europee che ne hanno sempre appoggiato la linea di condotta, concretizzandosi nell’applicazione dell’art. 155 della Costituzione che si è abbattuto come una scure sulla sfida indipendentista di Barcellona. L’intero esecutivo di Carles Puigdemont è stato desautorato e il Governo spagnolo ha assunto il controllo della Generalitat, così come della polizia regionale, accusata da Madrid di immobilismo per non aver impedito lo svolgimento del Referendum.

Le associazioni separatiste hanno invitato i catalani a difendere le sedi istituzionali dall’arrivo degli uomini di Rajoy, organizzando anche corsi di resistenza passiva, mentre l’Audiencia Nacional decretava il carcere preventivo per i componenti del Governo catalano, accusati dei reati di sedizione, ribellione e malversazione di fondi, insieme ai presidenti dell’ANC e Ómnium Cultural. L’ormai ex Presidente Puigdemont, senza preavviso, si rifugiava però in Belgio insieme a 4 ex consiglieri, iniziando una battaglia legale a distanza con la giustizia spagnola, che ha inizial mente spiccato un mandato di arresto europeo nei suoi confronti, optando poi per ritirarlo in attesa di un suo eventuale ritorno in Spagna.

Le convulse giornate vissute a cavallo tra ottobre e novembre hanno inoltre spinto oltre 3.000 imprese, tra cui gruppi bancari come CaixaBank e Sabadell, a trasferire la propria sede sociale fuori dalla Catalogna, generando una situazione di grave instabilità economica, aggravata da perdite del 20% registrate nel settore turistico, uno dei pilastri dell’economia regionale.

“Le elezioni dovranno essere un balsamo per la Catalogna” dichiarava il Premier Rajoy, convocando nuovi comizi regionali per il 21 dicembre. Una mossa inaspettata, adottata col chiaro intento di provare a sbarazzarsi dell’indipendentismo in tempi stretti, almeno sul piano istituzionale. Intento rivelatosi però infruttuoso quello del Governo spagnolo, che ha dovuto fare i conti con l’umiliazione elettorale inferta dalle urne al Partito popolare, meno di 200mila i voti ottenuti, e con una nuova vittoria del blocco indipendentista dopo quella del 2015.

Il risultato delle elezioni ha ribadito soprattutto la profonda spaccatura dell’elettorato catalano, con l’affermazione di Ciudadanos come primo partito col 25,37% dei voti, for- mazione dichiaratamente europeista e costituzionalista, contrapposta all’indipendentismo, che ha ottenuto la maggioranza parlamentaria con 70 seggi su 135. L’esito delle urne ha scompaginato al tempo stesso i rapporti di forza all’interno del blocco separatista, sancendo il successo di Junts per Catalunya (JuntsXCat), la neonata formazione di Puigdemont, su Esquerra Republicana (ERC), data per favorita dai sondaggi.

“La vittoria elettorale di JuntsXCat ha imposto la logica della restaurazione del vecchio Governo catalano con Puigdemont alla guida” sostiene il politologo Oriol Bartomeus, evidenziando il rischio per la Catalogna di trovarsi di fronte a un lungo blocco istituzionale, dovuto alla difficoltà di ERC nell’imporre un candidato alternativo a Puigdemont e alla pressione del Governo centrale, che minaccia di mantenere in vigore l’art.155 qualora l’ex Presidente catalano, su cui pende un mandato di cattura, sia realmente riproposto alla guida della Generalitat.

EW 76 ITA