Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST AND RESEARCHER

Barcellona ai ferri corti con Madrid

Corriere del Ticino – La Catalogna marcia spedita verso la consultazione popolare del 1 ottobre, che dovrà determinare un’eventuale secessione dalla Spagna. Il Parlamento catalano approverà ufficialmente la “legge del Referendum” nella giornata di domani, riunito in sessione plenaria, secondo quanto anticipato dal quotidiano La Vanguardia e dalla televisione TV3, vicini al governo regionale di Carles Puigdemont.

Il blocco indipendentista formato dalla coalizione di “JuntsPelSI” e dal partito Candidatura d’Unità Popolare (CUP), che detiene la maggioranza dei seggi, ha varato nelle scorse settimane una riforma ad hoc del regolamento parlamentare per consentire l’approvazione di alcune norme attraverso un’unica seduta parlamentaria, impedendo così all’opposizione di presentare emendamenti in tempo utile. Una volta approvata la legge in Parlamento, il governo dovrebbe convocare il Referendum attraverso un decreto, ufficializzando quanto annunciato solennemente lo scorso 9 giugno. Il testo della norma, già svelato dalle autorità catalane, rimanda ai Patti Internazionali sui diritti dell’uomo dell’ONU per sancire la legalità della consultazione popolare in base al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

Con la vittoria del SI verrebbe dichiarata l’indipendenza dalla Spagna entro 48 ore, indipendentemente dal raggiungimento di un quorum minimo di votanti, in caso contrario il governo catalano convocherebbe nuove elezioni regionali. Per garantire la celebrazione del Referendum la legge introduce un regime giuridico speciale che prevale su ogni norma dell’ordinamento spagnolo, compresa la Costituzione, decretando inoltre la creazione di un Sindacato Elettorale a cui spetta la supervisione del processo elettorale. Il Referendum rappresenta la tappa finale di un percorso politico iniziato nel luglio 2010, in risposta alla sentenza del Tribunale Costituzionale che annullava parzialmente la riforma dello Statuto di autonomia della Catalogna del 2006. Il malcontento popolare generato dalla decisione dei giudici di Madrid di invalidare alcuni articoli di stampo nazionalista, sfociò in una manifestazione che vide migliaia di catalani per le strade di Barcellona, riuniti sotto lo slogan “siamo una nazione, siamo noi a decidere”.

Sul versante politico toccò invece ad Artur Mas, presidente del governo catalano dal 2010 al 2016, farsi portavoce delle aspirazioni indipendentiste, chiedendo ad alta voce la celebrazione di un Referendum per permettere ai catalani di decidere il proprio futuro politico. Un intento frustrato dalla ferma opposizione del governo spagnolo, che è stato però pienamente recepito da Carles Puigdemont, successore di Mas alla guida della Catalogna. Secondo quanto sostenuto dal governo catalano, la secessione dalla Spagna garantirebbe in primis un miglioramento dell’economia regionale. La Catalogna si troverebbe infatti a beneficiare in via esclusiva degli introiti generati dal flusso delle esportazioni, fiore all’occhiello dell’economia catalana con oltre 17 miliardi di euro fatturati nel primo trimestre del 2017, garantendosi una condizione di superavit economico.

Le mosse di Carles Puigdemont si sono scontrate finora con la ferma opposizione del governo centrale, irremovibile nel tacciare come incostituzionale qualsiasi intento secessionista. In vista della votazione nel Parlamento catalano, il premier spagnolo Mariano Rajoy ha dichiarato che il Referendum “é un imbroglio ai danni della democrazia”, garantendo che il suo esecutivo agirà con fermezza per impedirne la celebrazione. Ancora non è chiara la strada prescelta dalle autorità di Madrid per evitare che i catalani vadano alle urne. Una delle principali possibilità offerte dalla Costituzione riguarda l’art.155, che prevede la possibilità di intervenire nei confronti di una comunità autonoma in caso di “grave minaccia per l’interesse generale della Spagna”, consentendo al governo centrale di assumere il temporaneo controllo di alcune funzioni spettanti al governo catalano, previa autorizzazione del Senato.

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