Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST AND RESEARCHER

I giovani di Spagna sognano il nuovo Eldorado peruviano

Pagina99 – Julián Ortega è un ingegnere civile di 36 anni. Originario di Mérida, in Spagna, lavora in Perù come direttore della sede locale della Servitopo, un’azienda spagnola specializzata nella realizzazione di rilievi topografici su grande scala: “Nel 2010, con la fine del boom delle centrali termosolari, i clienti hanno iniziato a commissionarci meno lavori. L’azienda è entrata in crisi e sono partiti i primi licenziamenti. Inizialmente eravamo 85 dipendenti. I dirigenti hanno dovuto diversificare la strategia operativa della società e sono venuti a Lima per fare uno studio di mercato. Poco tempo dopo mi hanno chiesto di trasferirmi in Perù” racconta a Pagina99. In base ai dati dell’Istituto Nazionale di Statistica di Madrid, la Spagna ha chiuso il primo trimestre del 2014 con un tasso di disoccupazione al 25,93 per cento, seconda in Europa dietro la Grecia (ferma al 26,8 per cento). I disoccupati sono circa 6 milioni. Numeri drammatici, che stanno spingendo gli spagnoli ad abbandonare la penisola iberica in cerca di lavoro. Julián risiede a Lima dal 2012: “Ho dovuto accettare per forza la proposta, era l’unica possibilità per continuare a lavorare. Al mio arrivo non avevo nemmeno un ufficio; poco a poco ho creato una rete di contatti di lavoro. Il primo incarico ottenuto riguardava la realizzazione di un sistema di irrigazione. Guadagno abbastanza bene, ma vorrei tornare a casa”.

Attualmente si contano 702mila e 734 spagnoli residenti all’estero, senza considerare i titolari di doppio passaporto. Francia, Germania e Regno Unito rappresentano le destinazioni preferite in Europa, abbinando opportunità lavorative alla possibilità di apprendere una nuova lingua. Nel corso dell’ultimo anno il Perù, insieme ad Ecuador e Colombia, è stato il paese straniero ad aver fatto registrare il maggior incremento della popolazione di nazionalità spagnola: sono 19mila e 988 i cittadini iberici nel paese andino, il 13,50 per cento in più rispetto al 2012.

A stimolare l’arrivo degli spagnoli è l’incredibile boom economico registrato dal Perù negli ultimi anni. Con un tasso di crescita intorno al 6 per cento annuo, quella peruviana è attualmente una delle economie più dinamiche del Sud America; uno sviluppo che affonda le sue radici nel decennio al potere di Alberto Fujimori. Nel 1990 El Chino aveva ereditato da Alán Garcia un paese al collasso, ostaggio del terrorismo di Sendero Luminoso e con un tasso d’inflazione al 7500 per cento. Seguendo le direttive di Washington, Fujimori adottò una strategia d’urto, il Fujishock, per risanare l’economia: la moneta locale fu svalutata e le imprese dello Stato privatizzate. Il Perù recuperò in breve tempo la stabilità macroeconomica, ma le riforme ebbero un costo sociale altissimo, decretando il licenziamento di 120mila impiegati statali. La pacificazione del paese, misura decisiva per attrarre gli investitori stranieri, si tradusse in un conflitto sanguinario con Sendero Luminoso, costato oltre 50mila morti, che è valso a Fujimori una condanna per violazione dei diritti umani. Attualmente l’ex dittatore sta scontando una pena a 25 anni di carcere. La via del neoliberismo intrapresa dal governo venne consacrata da una nuova Costituzione, promulgata nel 1993 ed ancora vigente, che stabilisce, nell’art. 60, la sussidiarietà dello Stato rispetto all’impresa privata. La continuità della politica economica è stata garantita dai successivi governi di Alejandro Toledo ed Alán Garcia, che hanno incrementato la dipendenza del paese dallo sfruttamento delle risorse minerarie. È nel 2002 che il Perù fa registrare una vertiginosa crescita economica, dando inizio al “milagro peruano”. L’industria mineraria è il motore dell’economia nazionale. Nel 2013, secondo i dati del Ministero dell’Energia, il Perù ha esportato minerali per 23 miliardi di dollari, in primis oro e rame. Con 12 imprese al lavoro nel paese andino, spetta al Canada il primato tra gli investitori stranieri, seguito da Cina e Messico; il governo ha confermato che, fino al 2018, saranno attivi 47 siti minerari, per un’investimento da 55 miliardi di dollari. L’elezione di Ollanta Humala nel 2011 aveva spaventato i mercati, che vedevano nella vicinanza politica con Hugo Chávez il desiderio di convertire il Perù in un nuovo Venezuela. Una volta al potere però, l’ex militare ha dovuto cedere alle pressioni del settore privato, accantonando i propositi nazionalisti. Nel corso di questi tre anni Humala ha accentuato il profilo esportatore del Perù, stringendo forti legami commerciali con i paesi asiatici, in primis la Cina.

L’emigrazione spagnola in Perù ha dei connotati ben precisi: si tratta di professionisti, laureati, persone con esperienza lavorativa alle spalle. Scelgono il paese andino per l’alta domanda di personale qualificato nei settori chiave dell’economia peruviana, in primis quello minerario. Jorge Pastor, originario di Valencia, attende il bus che lo porterà, dopo 8 ore di viaggio, da Lima ad Ancash, una regione mineraria nel nord del paese. Lavora per la compagnia Antamina, impresa leader nell’estrazione del rame in Perù (nel 2013 la produzione è stata di 461mila tonnellate): “Ho una laurea in geologia. Qui sono un ispettore ambientale; elaboro programmi di sicurezza per ogni attività, all’interno della miniera, che comporti dei rischi per la salute dei lavoratori ed in termini di impatto ambientale. Mi occupo, ad esempio, delle malattie respiratorie legate all’attività estrattiva e delle fuoriuscite di combustibile. In miniera non esistono domeniche, Pasqua o Natale: si produce 365 giorni l’anno. La mia giornata inizia alle 6.30 del mattino e termina alle 8 di sera”. Gli stipendi, in media, non superano l’equivalente di 1500 euro al mese; una cifra che, in Perù, garantisce una migliore qualità della vita, come sottolinea Jorge: “Guadagno 4000 soles mensili, circa 1200 euro. Ho una casa in fitto, vado a cena fuori ed ogni tanto mi concedo un w.end al mare; cose che, con gli stessi soldi, non potrei permettermi in Spagna”.

Tra le vie di Miraflores e San Isidro, il cuore borghese di Lima, la presenza degli spagnoli è ormai una realtà consolidata. Nel 2013 sono arrivati in Perù oltre 43mila cittadini stranieri con un contratto di lavoro, il 10 per cento dalla Spagna. In molti però, su consiglio di amici già con un impiego da queste parti, entrano con un visto turistico di 3 mesi, passando il tempo a spulciare tra le offerte di lavoro sui siti specializzati. “Un mio ex collega, ingegnere come me, era stato assunto da un’impresa edile; mi disse di venire in Perù perché, nel nostro settore, le opportunità non mancano. A Madrid, in un anno, avevo avuto un solo colloquio di lavoro; mi arrangiavo come barista. Qui, in due mesi, ho fissato oltre 20 appuntamenti. Lavoro come ispettore di cantiere per la Poch, un’impresa di costruzioni cilena” afferma Victor Flores, 29 anni, a Lima dal 2012. Dai quartieri residenziali alle periferie, la capitale peruviana è ormai un cantiere a cielo aperto, con edifici in costruzione ad ogni angolo; nuove icone del recente boom economico. Attualmente si costruiscono 40mila immobili l’anno, a fronte di una domanda superiore alle 500mila unità. Uno studio della casa d’aste Sotheby’s ha rivelato che il valore degli immobili è cresciuto del 450 per cento, a Lima, con prezzi fino a 5mila dollari al metro quadro.

L’espressione “cruzar el charco” (slang utilizzato dai coloni per indicare l’attraversamento dell’oceano Atlantico in direzione del continente americano) è tornata di moda tra gli spagnoli in cerca di lavoro. Per molti però, la forzata lontananza si traduce in un’attenzione maggiore verso i problemi della madrepatria. Il collettivo Marea Granate, nome che deriva dal colore dei passaporti, è un movimento internazionale, formato da spagnoli emigrati in varie parti del mondo, sorto con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle cause che hanno provocato la crisi economica in Spagna. Pochi mesi fa è nata a Lima la sezione peruviana del movimento; Veronica Garcia, un lavoro da psicologa presso l’Agenzia di cooperazione peruviana, è uno degli attivisti: “Stare lontana non cambia la mia opinione sulla necessità di sostenere le lotte in Spagna. La mia migrazione forzata è una vicenda personale, ma la partecipazione ai movimenti sociali riguarda un’idea più globale di identità collettiva. Pur trovandomi in Perù, non mi lascia indifferente lo smantellamento del sistema sanitario pubblico o la perdita del lavoro di migliaia di persone”. Lo scorso 22 marzo, in appoggio alla “marcia della dignità” indetta a Madrid contro i tagli del governo Rajoy, il collettivo ha organizzato un corteo di protesta a Lima. Un’azione seguita da altre manifestazioni inerenti a temi caldi come la riforma della legge sull’aborto ed il referendum sulla monarchia.

In base alle statistiche dell’Istituto nazionale penitenziario sono 350 gli spagnoli attualmente detenuti in Perù. Il 90 per cento condannati per traffico di stupefacenti, nuovo prodotto della crisi economica che ha travolto il paese iberico. I dati della polizia peruviana parlano chiaro: nel 2012 gli spagnoli arrestati per traffico di droga hanno superato, per la prima volta, i peruviani (62 detenzioni contro 53). Negli ultimi anni gli arresti a carico di narcomulas di origine spagnola sono in costante aumento. “Mi rattrista vedere tanta gente in prigione, la crisi sta colpendo forte la Spagna e questa è una delle conseguenze. Non si tratta soltanto di narcotrafficanti; la maggior parte, ormai, sono persone normali che hanno perso il lavoro. Molti hanno una casa da pagare ed una famiglia da mantenere” sentenzia la madrilena Mercedes López, direttrice della “Casa de la esperanza migrante” a Lima, un centro che accoglie gli stranieri condannati per traffico di droga una volta usciti dal carcere. Imbottiti di ovuli nello stomaco, o con la cocaina nascosta nel doppiofondo di una valigia, i nuovi corrieri della droga si imbarcano sulla rotta Lima-Madrid decisi ad alleviare i problemi economici con il denaro promesso dai narcos che li hanno reclutati. Ogni viaggio garantisce, in media, un guadagno di 10 mila euro. Molto spesso gli stessi narcotrafficanti decidono di “vendere” una narcomula alla polizia per creare un diversivo, consentendo così agli altri corrieri, imbarcati sullo stesso volo, di non essere intercettati. Nella maggior parte dei casi l’accusa di traffico di stupefacenti viene sanzionata, previa ammissione di colpa, con una pena a 6 anni ed 8 mesi di reclusione. “Attualmente ospitiamo 13 ex narcomulas, gli spagnoli sono 10. Qui offriamo un tetto provvisorio, cibo e vestiti; si trattengono da noi per un paio di mesi.” afferma la Signora López, conosciuta da tutti gli ospiti del centro come “Hermana Meche”: “Li aiutiamo a mettersi in contatto con le ambasciate per il rilascio di nuovi documenti e gli troviamo un impiego. Abbiamo contatti con le persone del quartiere (il Callao, la zona del porto di Lima) che offrono ai ragazzi la possibilità di lavorare come elettricisti, operai o magazzinieri; nessuno si preoccupa dei loro precedenti penali perché ci conoscono. Vogliamo che riescano a tornare al più presto al proprio paese”. Scontata la detenzione in carcere, gli ex corrieri sono obbligati a rimanere in Perù fino a quando non avranno estinto le pene pecuniarie accessorie, la “multa” e la “reparación civil”, previste dal codice penale. La condanna per traffico di droga impedisce però agli stranieri di ottenere un regolare permesso di lavoro; senza il sostegno economico delle famiglie sono costretti a trovare un impiego in nero, sfruttati e sottopagati, per far fronte ai costi che devono sostenere. Il rischio di finire nuovamente nelle reti del narcotraffico, con lo scopo di procurarsi i soldi necessari per tornare a casa, è molto alto.    

“Lavoro da sempre nel settore della ristorazione, ma negli ultimi anni, con l’acutizzarsi della crisi economica, ho dovuto lottare per ricevere lo stipendio a fine mese. Le cose in Spagna andavano male. Un paese in crescita come il Perù, con un’enorme ricchezza gastronomica, mi sembrava una buona opzione per ripartire daccapo. Vivo qui dal 2012” racconta Yago Carrasco, chef del ristorante spagnolo “La Eñe”, luogo di culto per gli amanti della cucina iberica a Lima. Un settore in forte ascesa quello gastronomico, riflesso del recente miracolo economico del Perù. Stando ai dati della Società Peruviana di Gastronomica, la ristorazione copre il 3,8 per cento del PIL, generando, a livello nazionale, circa 400 mila posti di lavoro. Negli ultimi 10 anni il numero dei ristoranti è raddoppiato; attualmente sono 80 mila quelli in attività, la metà registrati a Lima. Numeri che evidenziano un mercato dalle grandi potenzialità, come conferma lo chef Carrasco: “In Perù c’e lavoro. Qui le persone sono disposte ad investire in attività imprenditoriali. Sta emergendo una nuova classe media, più ricca e con indole consumistica, che rappresenta un segmento commerciale ancora da esplorare”. Parallelamente alla crescita interna del mercato della ristorazione, il Perù sta vivendo un vero boom gastronomico a livello internazionale. Il cebiche, la causa rellena e l’ají di gallina sono alcuni piatti tipici della cucina peruviana, che deve il suo successo alla fusione tra elementi culinari d’epoca coloniale e l’incredibile varietà di prodotti alimentari del proprio territorio. La valorizzazione della tradizione culinaria del Perù è legata alla figura di Gastón Acurio, un precursore nel fare della cucina peruviana un brand da esportazione. Lo chef, originario di Lima, gestisce 36 ristoranti in 11 paesi differenti, con un fatturato annuo superiore ai 100 milioni di dollari. Sulla scia del successo di Acurio sono nate nuove iniziative commerciali all’estero, in primis nel mercato statunitense, dove sono presenti oltre 500 ristoranti peruviani. Il Ministero della Cultura del Perù ha annunciato che, nel 2015, farà richiesta all’UNESCO di assegnare alla propria cucina la patente di patrimonio culturale dell’umanità. L’enorme potenziale della gastronomia peruviana fuori dai confini nazionali, sta spingendo molti operatori del settore a recarsi in Perù per apprendere i segreti della cucina locale. Miguel Verdasco, ventiseienne di Palma de Mallorca, è iscritto ad un corso triennale presso l’istituto “D’Gallia” di Lima, una delle più importanti scuole di cucina del paese andino: “Nei prossimi anni, in Europa, la domanda della cucina peruviana aumenterà; sono qui per imparare il più possibile e garantirmi una svolta professionale in futuro. Il mio piatto preferito è il lomo saltado. Mi piacerebbe poter viaggiare per differenti regioni del paese e conoscere a fondo gli ingredienti e le tecniche di cottura”. Attualmente esistono in Perù 84 scuole di cucina, con oltre 25 mila iscritti. 

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