Mario Magarò

FREELANCE JOURNALIST AND RESEARCHER

Spagna La voce grossa dei separatisti

Corriere del Ticino – Migliaia di partitari dell’indipendentismo hanno occupato nuovamente le strade di Barcellona nella giornata di ieri, in occasione della celebrazione della Diada, la festa nazionale della Catalogna. Una ricorrenza convertitasi ormai nella principale manifestazione indipendentista da quando, nel 2010, la questione catalana è tornata ad agitare le acque della politica spagnola.

L’eco del referendum indipendentista dello scorso 1 ottobre, seguito dalla destituzione del Governo regionale di Carles Puigdemont, ha inevitabilmente alimentato il clima di grande di tensione in cui si è svolta l’edizione annuale della Diada, che ha visto circa un milione di persone sfilare lungo la Diagonal, una delle principali arterie del capoluogo catalano, stando ai dati forniti dalla polizia municipale. Una manifestazione dai toni marcatamente separatisti, racchiusi nello slogan “costituiamo la Repubblica catalana” scelto per l’occasione dall’Assemblea Nazionale Catalana (Anc), la principale organizzazione indipendentista della Catalogna e tradizionale promotrice dell’evento. Un obiettivo oggetto di un simbolismo ad hoc da parte degli organizzatori, che hanno predisposto l’abbattimento di un muro, lungo il percorso della marcia, per rivendicare l’indipendenza dalla Spagna attraverso il superamento di molti ostacoli.

In mezzo ad un tripudio di cori e bandiere separatiste, le cosiddette “esteladas”, hanno fatto ripetutamente comparsa i fiocchi gialli divenuti simbolo della battaglia popolare volta ad ottenere la liberazione dei leaders indipendentisti attualmente in carcere, sotto accusa nell’ambito del processo istituito dal Tribunale Supremo a carico della cupola responsabile dell’organizzazione del referendum secessionista. Proprio la sorte di quelli che il blocco separatista considera a tutti gli effetti dei prigionieri politici, tra cui l’ex vicepresidente Oriol Junqueras, ha scaldato la vigilia della Diada. Il presidente catalano Quim Torra, fedelissimo di Puigdemont, ha infatti dichiarato apertamente che non accetterà una sentenza di condanna nei loro confronti, facendo trapelare la volontà di fare appello alla mobilitazione popolare in caso contrario.

“Non ho il potere di far aprire le carceri in cui sono rinchiusi nel caso in cui siano condannati”, ha dichiarato Torra durante un incontro con la stampa estera nella mattinata di ieri, sottolineando però che si tratta, a suo dire, di un processo ingiusto e pieno di irregolarità. L’intera compagine del Governo catalano ha partecipato alla celebrazione della festa nazionale della Catalogna, accompagnata dal presidente del Parlamento regionale Torrent, che ha fatto invece registrare, come ampiamente previsto, l’assenza dell’opposizione.

“Quest’oggi oltre la metà della popolazione catalana non può celebrare la Diada perché il presidente Torra ha deciso di escludere quelli che non sono indipendentisti”, ha tuonato Inés Arrimadas, la leader regionale di Ciudadanos, durante un atto organizzato dal proprio partito a Barcellona. Un’accusa precisa quella rivolta al presidente catalano, ampliata nei contenuti da Albert Rivera, presidente della stessa formazione politica di Arrimadas, che ha invitato il premier Sánchez “a non equivocarsi nella scelta degli alleati”, facendo riferimento al decisivo supporto parlamentare garantito dagli indipendentisti al Governo socialista in carica da giugno scorso.

Lo stesso presidente dell’Esecutivo ha assistito con inevitabile interesse all’evoluzione della crociata indipendentista in corso nel capoluogo catalano, facendo appello al dialogo con il Governo regionale, ma ribadendo, al tempo stesso, la piena volontà di far rispettare la legge in merito alle sentenze che la giustizia spagnola emetterà nei confronti dei politici separatisti. Nei giorni scorsi il premier iberico si era detto disponibile a discutere la celebrazione di un referendum per votare un nuovo statuto regionale in Catalogna, escludendo però qualsiasi apertura relativa al diritto all’autodeterminazione dei catalani. “In gioco c’e la convivenza, non l’indipendenza”, aveva dichiarato Sánchez, parole chiare, ma che dovranno inevitabilmente fare i conti con i numeri, ancora forti, esibiti dagli indipendentisti.

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